“I sentimenti devi lasciarli fuori.”
Ma fuori da che?
Dalla scuola, dal lavoro, da questa specifica situazione, …
Devi essere R A Z I O N A L E, devi essere L U C I D A, O B I E T T I V A.
Devo? Questo verbo non è contemplato nel mio vocabolario. Gli imperativi poi, proprio mi rimbalzano addosso.
Io sono una, non sono trina, come posso sdoppiarmi? I sentimenti sono miei, stanno dentro di me, radicati in profondità: perché mi devo strappare l’anima? Per cosa, per chi, poi?
Voglio essere intera. Un sisetma ecologico complesso, polimorfo, ma intero.
I sentimenti t’imbarazzano? Perché senti che i sentimenti degli altri, magari di rancore o di dolore provocato, ti pungono la coscienza intorpidita o addormentata da anni?
‘Sticazzi.
Quello che ti ho dato, resta mio.
Non hai potuto portarlo via: non è tuo e mai lo sarà.
Tutto quello che ti ho dato, l’amore, l’affetto, le carezze, i baci, il tempo, la speranza, la pazienza, la comprensione… Tutto resta qui con me, dentro di me, immutato nella quantità e nell’intensità.
È il mio tesoro, non il tuo: un tesoro magico che aumenta se condiviso, ma che non può essere rubato, nemmeno da sciacalli e parassiti come te.
Sapessi che felicità mi dà l’idea di non sapere più
quando cammini dove vai, quando dormi con chi lo fai…
(Dente, Buon appetito)
(Fonte: youtube.com)
“Che tu sia per me il Coltello.
Firmato,
la Forchetta.”
Sembra una frase scema, invece (anche se magari lo è davvero), mi è nata in testa perché stavo pensando a qualcosa alla quale paragonare una coppia equilibrata.
Non mi piacevano tutte le figure abusate degli interi a metà (mele, arance, scarpe, ecc…), perché ritengo che ognuno di noi sia già completo di per sé (per quanto possa esserlo un essere umano nella sua finitezza, nelle sue incompletezze e manchevolezze). Allo stesso tempo, volevo dare il senso di due entità distinte, significanti ciascuna di per sé, ma che insieme svolgessero un’altra funzione, che trovassero una “terza dimensione”.
Da qui l’idea del coltello e della forchetta, ognuno con la propria ragion d’essere, ma che impiegati congiuntamente servono per altri scopi, parimenti funzionali.
(Gaiux)
(Fonte: virginiamori)
Come può essere non solo giusto, ma pubblicamente-collettivamente-universalmente riconosciuto come comportamento saggio e auspicabile sotterrare i sentimenti?
Ricacciarli dentro, in fondo, giù il più possibile, mentre ti raschiano l’anima, ti fanno sanguinare, … Devi costantemente tenerli sotto controllo perché non esplodano, non scoppino fuori eruttando come lava. Essere così profondamente scossi dentro, ma mettersi una maschera di sorrisi, di occhi lucidi per le lacrime trattenute, no, sono le lenti…
Vivere nella finzione, nella dissimulazione come uniche dimensioni consentite e socialmente accettate.
Perché non posso comportarmi come qualsiasi animale ferito? Perché non posso gridare selvaggiamente di dolore, scappare nel folto della foresta, nascondermi agli altri esseri viventi, aggredire chiunque tenti di avvicinarmi e aspettare la nell’oscurità uterina di una grotta di dissanguarmi fino a morire o che le ferite si cicatrizzino e la guarigione arrivi inaspettata come il singhiozzo?
Questa finzione tutta umana, che serve a tranquillizzare le impermeabili coscienze di chi infligge il dolore, ma senza volersene assumere la responsabilità, aggiunge dolore al dolore, sale sulle ferite aperte.
Perché dentro mi dissanguo e fuori devo sorridere col mio miglior sorriso da persona sana? Che senso ha? Cosa m’importa che tutto il mondo sappia che sono ferita? Vi disturba la sofferenza evidente?
Ti disturba avere sotto gli occhi la sofferenza che hai causato? Dovrebbe importarmi se le mie ferite offendono la tua sensibilità di cacciatore che mette tagliole?
Soffro e voglio gridare, piangere, non preoccuparmi del resto del mondo, del pubblico pudore, del buonsenso, del naso storto degli insofferenti, …
Dentro muori, ma fuori continua pure goffamente con la grottesca mascherata, senza possibilità di occultare tutto, esponendoti al pubblico ludibrio, ma senza poter dare sfogo al dolore, che rimane conficcato dentro, come il pungiglione avvelenato della vespa.
Concederti a qualcuno a cui piaci veramente solo perché ti senti solo/a o peggio, tanto per non negarti niente, è come uccidere un unicorno per berne il sangue: danni la tua anima.
Mica è vero: chiunque può giudicarmi.
Che poi la cosa mi interessi, è un altro paio di maniche.
Come fai senza sesso?
La vera questione è: come fate senza amore?
Al sesso si supplisce facilmente: bastano un dito, una mano, un vibratore, un partner occasionale…
Ma all’amore, come si supplisce?
Con la cioccolata, con il gelato, con l’autoconvincimento che sì, siamo innamorate e lui ci ama, con la brutta copia di un amore che dorme nel tuo letto con l’unica funzione di farti da scaldamaterasso? Perché il cuore, no, non riesce a scaldartelo.
E allora, non preoccupatevi di andare in crisi d’astinenza da sesso: un orgasmo lo si raccatta facilmente. Ma un amore no, l’amore non ti cade dal cielo come la manna, non lo trovi nascosto tra i pacchi sotto l’albero di natale, non basta entrare in un sex toy shop e comprartene uno o passare una serata in un bar per trascinartelo mezzo ubriaco a casa.
L’amore è difficile, l’amore è raro, come una nevicata sul Sahara, come le tartarughe giganti, come il passaggio delle comete millenarie.
Ricordatevelo, la prossima volta che fate a qualcuno questa domanda del cazzo.
Stranamente, chi più riesce ad amare un luogo, una città, un paese… è proprio l@ Stranier@, che su quel suolo è nato solo all’arrivo del mezzo che ce l’ha portat@, ma che ha il privilegio di vedere tutto per la prima volta, con lo sguardo e l’anima permeabile del bambino, ma con la coscienza dell’adulto.
Questa è la mia musica interiore.
(Fonte: youtube.com)
Conversazioni skypiane con la Bu
You’re a pacifist with a gun, Eileen, Sono incostante
Mi sento come i gabbiani quando cercano il vento giusto per andare dove devono andare, ma non trovandola restano lì, controvento, in sospeso nell’aria