Come può essere non solo giusto, ma pubblicamente-collettivamente-universalmente riconosciuto come comportamento saggio e auspicabile sotterrare i sentimenti?
Ricacciarli dentro, in fondo, giù il più possibile, mentre ti raschiano l’anima, ti fanno sanguinare, … Devi costantemente tenerli sotto controllo perché non esplodano, non scoppino fuori eruttando come lava. Essere così profondamente scossi dentro, ma mettersi una maschera di sorrisi, di occhi lucidi per le lacrime trattenute, no, sono le lenti…
Vivere nella finzione, nella dissimulazione come uniche dimensioni consentite e socialmente accettate.
Perché non posso comportarmi come qualsiasi animale ferito? Perché non posso gridare selvaggiamente di dolore, scappare nel folto della foresta, nascondermi agli altri esseri viventi, aggredire chiunque tenti di avvicinarmi e aspettare la nell’oscurità uterina di una grotta di dissanguarmi fino a morire o che le ferite si cicatrizzino e la guarigione arrivi inaspettata come il singhiozzo?
Questa finzione tutta umana, che serve a tranquillizzare le impermeabili coscienze di chi infligge il dolore, ma senza volersene assumere la responsabilità, aggiunge dolore al dolore, sale sulle ferite aperte.
Perché dentro mi dissanguo e fuori devo sorridere col mio miglior sorriso da persona sana? Che senso ha? Cosa m’importa che tutto il mondo sappia che sono ferita? Vi disturba la sofferenza evidente?
Ti disturba avere sotto gli occhi la sofferenza che hai causato? Dovrebbe importarmi se le mie ferite offendono la tua sensibilità di cacciatore che mette tagliole?
Soffro e voglio gridare, piangere, non preoccuparmi del resto del mondo, del pubblico pudore, del buonsenso, del naso storto degli insofferenti, …
Dentro muori, ma fuori continua pure goffamente con la grottesca mascherata, senza possibilità di occultare tutto, esponendoti al pubblico ludibrio, ma senza poter dare sfogo al dolore, che rimane conficcato dentro, come il pungiglione avvelenato della vespa.